Le cose che passano

Il giorno dopo erano ancora lì.
Il flusso intermittente d’auto muoveva un’aria calda e sporca. La pioggia disertava da settimane l’asfalto che si sgranava lungo bordo.
Foglie, carte, cicche e preservativi attendevano pazienti che il tempo li trasformasse nella polvere nera che si andava accumulando sotto al marciapiede.
Con le piogge, semi arrivati chissà da dove, erano germogliati tra le crepe del massetto per poi rinsecchirsi al caldo infernale del cemento cotto al sole d’agosto.
Qualcuno aveva lasciato eredi, spinti lontano dalle folate dei camion. Di altri non rimanevano che scheletri grigi, sterpaglia urbana in memoria di un seme.
Il giorno dopo erano ancora lì, inconsueto rifiuto dal colore denso nel grigio periferia del bordo strada. Afflosciate come un corpo travolto e abbandonato scomposto. Rifiutate. Gettate via con rabbia.
Ingenue, nella loro decisa bellezza, tre rose rosse appassivano sul bordo di un tombino. Le auto passavano vicino e i petali fremevano.
Pareva labbra. Labbra che chiedevano aiuto.

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