La sabbia parlante di Cap Ferret

Photo taken by Olivier Aumage

La piccola mano si sfilò dalla stretta e Lucile corse incontro al tramonto di fine estate. L’oceano rifletteva un cielo a cumoli e un sole stretto in una fascia dorata. Il vento soffiava via i bagnanti dalle dune bianche. Solo le canne dei pescatori vibravano alte sulla riva conquistata dal mare.
Lucile correva. Correva nel abito gonfio di vento, nella scia dei capelli sciolti. A inseguirla solo un’ombra.
Correva sul filo del mondo terrestre, su una striscia di sabbia tesa sul mare.
Grand-mère non aveva saputo tenerla, era scivolata dalla sua mano come, giorno dopo giorno, scivolava lontano.
Lucile era nata ostinata. Tolta alla madre e deposta in un ventre di vetro, la vita in lei era stata tenace e chissà se già allora la sua pelle si era fatta più dura. Il mondo le aveva tolto molto e l’aveva esposta al rumore, alla luce e all’aria che bruciava dentro a un piccolo corpo non ancora pronto.
Lucile non aveva pianto quando grand-mère le aveva parlato dell’aereo atterrato nel mare. Dentro c’erano mamma e papà. Da lì non si poteva tornare.
Lucile aveva ascoltato e pensato.
-Mi chiameranno!- Aveva detto sicura.
Con rammarico grand-mère aveva risposto:
-Il telefono non squilla da là sotto, come i pesci è muto-
Ma davanti al silenzio profondo, grand-mère aveva aggiunto che, per sentirli, le sarebbe bastato ascoltare la sabbia parlare.
Lucile non aveva pianto, e aveva chiesto ogni giorno, di andare al mare.
Lucile conosceva la spiaggia. Conosceva i suoni emessi ad ogni passo dai granelli di quarzo, bagnati dal mare e asciugati al sole.
Lucile ricordava: papà che balla sulla sabbia parlante, con lei spaventata, portata in spalla. E i suoni, brevi e acuti, dei suoi piccoli piedi, quando presa confidenza, giocava inventando storie di fate dorate prigioniere nella sabbia.
Ricordava, Lucile, la duna bianca che brillava oltre il bacino e di come, da lì, avesse distinto l’aroma denso di alga della laguna dal profumo lieve del mare aperto.
Adesso Lucile correva, pestava i piedi, tirava calci all’aria. L’impotenza le montava dentro. Correva senza meta né direzione. Senza speranza scappava da quel che la schiacciava dentro.
Si lasciò cadere in ginocchio e picchiò forte il terreno. Perché non rispondevano? Dov’erano? Mamma? Papà? Ma la sabbia, ostinata, ripeteva solo il suo lamento. Ne stritolò tra dita una manciata e la scaglio nel vento. E dov’erano ora le fate dorate?
Riprese a correre in ogni direzione e a braccia serrate contro il mondo.
Inciampò e cadde scossa da convulsioni, rotolò a un passo dall’acqua. Uno spazio breve che la marea guadagnò presto. Toccò la pelle della bambina che sentì la carezza avvolgerla in un abbraccio, mentre la sabbia la contendeva al mare. Si abbandonò, Lucile, all’acqua che la cullava e sussurrava una ninna nanna e con parole mute addolciva la rabbia che aveva dentro.
Si abbandonò alle onde e non si oppose al vento che le frugava e alla sabbia parlante che l’acqua scioglieva.
Il ventre del mondo era caldo e Lucile si abbandonò al pianto.

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