Prove tecniche

 

 

 

Il respiro si ferma.
1, 2, 3, 4… 17, 18, 19…
La bocca è un pozzo vuoto, i polmoni reclamano l’aria che lo sforzo tiene in sospeso.
Una contrazione. Un’altra. E il cervello dà l’ordine.
L’aria entra.
Il corpo riprende la sua marcia forzata al ritmo sciancato delle pause.
Punti di sosta dalla vita. Prove tecniche.
E il respiro riprende e resta sospeso. Immobile.
Un ponte di secondi in fila tra una dose d’aria e la seguente.
Un ponte sempre più lungo.
Una disumana fatica tra il vivere e il morire.

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L’oratorio della Pietà

 

 

La nebbia pesante si condensava in minuscole gocce d’acqua, uguali a quelle che le ristagnavano agli angoli degli occhi.
Eva camminava per le strade della città dove la rabbia l’aveva condotta. Aveva guidato e si era trovata lì. Un posto valeva l’altro, purché diverso, sconosciuto, dove confondersi.
Nemmeno lei aveva valore: una donna valeva l’altra e tutte valevano niente. Non serviva litigare con il mondo. Lo aveva fatto e si sentiva peggio.
Su e giù per strade, piazze, giardini e ponti, a passi veloci, senza che le lacrime si decidessero a cadere. La rabbia le tratteneva.
Non serviva piangere, non cambiava niente. Non c’era modo di spiegarsi con chi non prova a intendere. Tutte le parole non sarebbero servite.
-Ma siamo noi a mendicarne l’attenzione, non possiamo farne a meno.-
Quattro solide colonne sostenevano un grazioso porticato tra la terra e l’acqua. Eva lo raggiunse e si affacciò alla balaustra. Sotto, limpido, scorreva il fiume cittadino. Alle sue spalle, la porta dell’oratorio era aperta.
Era sempre attratta dalla tranquillità delle chiese. Chiese e cimiteri. Una pausa dal frastuono della vita. Entrò nel piccolo esagono deserto: pochi banchi, un crocifisso e nel mezzo le candele. Sopra all’altare una bacheca conteneva una piccola Pietà.
Eva si sedette a guardarla.
-A te non è andata meglio. Un figlio ti è cresciuto dentro senza il piacere che lo precede. Ti hanno trattata da puttana e, ragazzina, data in sposa ad un uomo vecchio, costretta per strada a dorso di mulo, a partorire in una stalla, al freddo e sfinita dalle doglie e dal parto, a presenziare alle visite di angeli, pastori e pure dei re magi. Povera Maria! Il tuo unico figlio se n’è andato a salvare il mondo e te lo hanno crocifisso. Adesso, lo tieni morto tra le braccia.
Hai fatto tutto per amore. Senza esistere per te, se non nel dolore che ti hanno lasciato.
Ti è rimasta qualche lacrima? Qualche lacrima da versare per gli uomini?-
Si alzò, accese una candela:
-Solidarietà femminile.-
E si avviò alla porta.
-Eva!-
Eva si girò, ma era sola.
-Eva, sono Maria, siediti.-
-Madre?!-
-Eva siediti!-
La voce le parlava nella testa.
Eva si sedette e la voce continuò:
-Non provare pena per me, la strada più dura è la tua.-
-E’ la punizione Madre. Il mio peccato lo paghiamo tutte.
Così ha voluto Dio: ne saremo attratte con ardore, ma loro domineranno su di noi!-
-Ti senti in gabbia?-
-Sì Madre, senza via di scampo. Senza valore. Offro amore, ma si accontentano di un corpo. Pensano che le donne debbano essere scopate e spesso nemmeno sanno farlo.
Eppure sopravviviamo di poco. Di un loro pensiero.
E più, del pensare a loro.
Noi che sappiamo vendere l’anima per vederli felici, noi che sappiamo quanto fragili sono, noi non esistiamo. Solo ombre. Ombre da cui attingere per bisogno: madri, sorelle, mogli, amanti. È così raro essere compagne!
Di certo mai comprese.
Noi viviamo di loro. Li amiamo. Non possiamo farne a meno, ma esistiamo nella misura in cui ci fanno esistere. Per essere via via, dimenticate. Inutili.
Un riflesso, una luna opposta al sole.
Dio ci ha punito così. Loro vivono del resto. –
-È la loro punizione vivere del resto, Eva. Anche per loro non c’è pace.
Bisogna essere forti, molto forti per accettare l’amore che viene offerto.
Ci hai mai pensato? L’Amore fa male per quanto dà. Spaventa. È una cosa troppo grande.-
-A cosa servo, allora, Madre?-
-Sei la luna, la luce della notte! Non spegnerla! Rimarrebbe solo il buio.-

Qualificati

 

 

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