La storia del cane nero

 

 

Orietta era davvero molto bella. Da giovane. Ora di anni neha ottanta e forse anche di più. Ha fatto la puttana, ma ai suoi tempi non c’era l’aidiesse, pensa lei. Magari ci si prendeva qualche altra malattia, ma l’aidiesse no. Comunque Orietta ne ha viste tante nella sua vita, anche senza quella malattia, ne ha viste tante come lei morire. Magari di crepacuore. Non è un bel mestiere, no, ma si può fare. A lei è andata così, non è morta e ha fatto quel mestiere, che poi, magari, ti insegna a vivere. Ti insegna a vivere perché arrivi al punto che non t’importa di morire e allora decidi che ti va di vivere. Lei, però, è stata fortunata. Sì, perché Anselmo si era proprio innamorato.

Nessuno ci ha fatto caso all’inizio. Sarà di qualcuno, hanno pensato, perché in città non esistono cani randagi. In città è tutto lindo, pindo e profumato, con i fiori sui ponti e sui balconi. I parchi sono curati, a misura d’uomo e di bambino, con i pony e le caprette e le ochette nel fiume e i cigni a cui portare il pane vecchio da mangiare, quando si va passeggio con i nonni.
Insomma ci si vive bene in città.
Ci si viveva bene.
Prima.
Prima che capitasse proprio lì quel cane, a infastidire.
Dunque, da un po’ succede che un cane, un cane nero, appaia in certi punti della città, di giorno o di notte è indifferente. Lui, il cane nero, gira, annusa, si guarda intorno e in certi posti, a suo insindacabile giudizio, alza la zampa e piscia. A volte è sulla porta del Notaio che lui piscia, o contro l’auto del Direttore, ma anche sulla serranda del Pasticciere, e ha pisciato pure addosso al Postino.
Il fatto è alquanto sgradevole, che succeda in città dove tutto è in ordine, ma il brutto è che non si riesce di pigliarlo questo cane nero. Appare e poi scompare e non si sa dove.
Comincia anche a girare la voce che il cane nero porti tegna. Infatti c’è chi ha fatto i conti con le apparizioni, gli avvistamenti e le relative pisciate in punti ben precisi e le epigrafi.
Corrispondono.
Le pisciate e le epigrafi, corrispondono.
Ogni pisciata un morto.
Un morto ben preciso, segnato con una pisciata.
Si può capire, quindi, che ci sia tra tutti i cittadini una sorta di apprensione ogni volta che si vede girare, per la città, un cane solo, senza padrone. Ma in città non ci sono cani randagi, se escludiamo quello nero. E’ che con i guinzagli allungabili, che si usano adesso, il cane arriva sempre un bel po’ prima del relativo padrone. Ecco perché il Sindaco ha fatto un’ordinanza dove si dice che, dato il momento di particolare tensione, ogni cane deve muoversi a fianco del suo padrone.
Tornando al cane nero, bisogna dire che ogni cittadino si è attrezzato, a modo suo, per affrontare l’emergenza. Un po’ ovunque ci sono a portata di mano, scope, bastoni, scarpe vecchie, trappoloni per topi e c’è chi ha pensato bene di circondare la propria abitazione con bocconi avvelenati, col solo risultato di aver fatto morire le pantegane più stupide ed Eugenio, il gatto del Sindaco.
Il cane nero non c’è proprio cascato.
Dopo la morte del gatto, il Sindaco si è particolarmente arrabbiato e oltre agli addetti del canile municipale, ha assoldato gli operatori ecologici per incastrare con ogni mezzo il cane nero.
-Quando lo trovo, lo ammazzo!- Ha detto molto seccato, anche perché, fa caldo, c’è l’afa, l’ozono e l’inquinamento e la gente si fa sempre più ansiosa, nervosa e dà di matto, come Lisa, la tabaccaia che è scivolata frantumando la sua vetrina e il suo braccio, cercando di scacciare in malo modo un cane entrato nel suo negozio, che si è rivelato essere l’adorato Pucci della contessa Lippi. Un barboncino, per altro bianco. E tutte le scuse non sono bastate, tutta la Giunta a cercare di convincere l’ottuagenaria contessa a non stracciare il testamento dove indicava come erede di tutti i suoi beni, proprio la città. E i beni della contessa Lippi sono davvero un bel po’.

La contessa era promessa sposa di Anselmo. C’era stato il fidanzamento e tutto il resto, ma poi Anselmo si era innamorato di Orietta e l’avrebbe sposata se solo la sua famiglia non gli avesse tagliato tutto, tranne le palle. Le palle no, Anselmo doveva dare l’erede ai conti Visco. Però la famiglia lo aveva allontanato, dopo che la contessa Lippi aveva rotto il fidanzamento, e lo aveva costretto a trasferirsi in un’altra città e a sposare una borghese questa volta, ma benestante.
Se lo ricorda bene Orietta, il giorno in cui è partito Anselmo. E la contessa Lippi, lei non si è più sposata. Con nessuno.

Comunque, il cane nero, ha fatto venire a tutti la fobìa.
Nando, il fornaio della piazza, non più tardi di giovedì, ha scaraventato fuori dalla finestra, una teglia di pizzette fumanti, solo perché gli pareva di aver sentito abbaiare e con la coda dell’occhio gli pareva di aver visto qualche cosa di nero. Così ha procurato una ferita lacero-contusa alla testa di suor Maristella, la superiora, che camminava tranquilla per la sua strada.
Ad Ercole, il postino, è andata peggio, ma dicono, appunto, che a lui, il cane nero, avesse pisciato addosso. Dunque, è successo che il numero uno, l’autobus che va al manicomio, l’altro giorno, per scansare un cane nero, l’ha travolto, il postino.
Quando gli hanno chiesto com’era accaduto, l’autista, ancora tremante, dopo le prime tre parole ha capito di essere diventato balbuziente.
Anche a Oreste, ottant’anni, colonnello in pensione, questa storia del cane nero ha giocato un brutto tiro. Gli è preso un colpo quando, aprendo l’armadio della moglie, si è trovato quasi in faccia il pelo scuro della pelliccia di visone, ma si sa che Oreste non ci vedeva più tanto bene.

Orietta pensa che certe cose insegnano di più. Non più di altre, questo non si può dire veramente. Però certe cose insegnano di più, pensa Orietta.
Perché, poi, la contessa Lippi non si è più sposata? Si chiede Orietta, lei che poteva? Orietta non pensava di vivere da sola, ma è andata così. Non serve farci una malattia per questo. E poi è stata fortunata, Anselmo ha sempre pensato a lei. Sì, fatto l’erede, i genitori di Anselmo gli hanno lasciato tutti i capitali e lui ha sempre pensato a lei. Orietta a smesso col mestiere e Anselmo le ha comprato quella casetta appena un po’ in disparte, con gli alti muri di cinta e il piccolo giardino.
E la rendita.
Quanto basta.
Ed è bastata.
Non serviva di più.
Anselmo veniva ogni mese. Sempre puntuale, per quasi cinquant’anni. Poi non è più venuto.
Non è andato più in nessun posto.
Ci si abitua anche a stare soli.
A frequentare se stessi.
E, magari, la propria compagnia non è delle peggiori.
E frequentare chi poi? Chi, lì in città? Lì sapevano di lei. Del mestiere.
Anche il fornaio o il giornalaio, sono gentili, sì, ma di nascosto, quando nessuno li vede. E così anche gli altri. Per questo Orietta arriva da loro sempre all’alba. Non ride dell’imbarazzo altrui lei, lei che, anche da vecchia, ha l’etichetta del peccato addosso. Passa dopo la Messa Prima a cui assiste ogni mattina, senza mai inoltrarsi in mezzo ai banchi. Resta sul bordo, vicino alla porta e al confessionale. E non ci va per fede o per partito preso o per farsi credere diversa. Quel che è stato, è stato. Ci va per la compagnia. Sì, lì si sente tra la gente, le piace la litania del prete e delle beghine. Le piace sentire le voci. Meglio della radio. E poi le piacciono i silenzi, la quiete, quella tranquillità. Ci si passa un pò di tempo e si merita pure un cenno di saluto da quella gente. Forse perché, lì, Dio li vede. Anche Marietta. Anche Marietta le fa un cenno. Tutte. Tranne la contessa Lippi.
Aveva anche qualche amica, Orietta. Amiche di passaggio, da altre città. Ma anche loro hanno smesso di venire.

Da qualche giorno, i soliti meglio informati sostengono che il cane nero sia di Orietta. Dicono di averlo visto, e certo era proprio lui, accoccolato in quel francobollo di giardino disordinato, pieno dei colori dei fiori più stravaganti.
-La vecchia ci parlava assieme! Lo stava accarezzando e lui lì a scodinzolare, la lingua rossa a penzoloni e gli occhi dolci!-
Così ha raccontato Marietta, la perpetua di don Franco, che passa davanti alla casa di Orietta ogni mattina per andare in chiesa e dopo aver visto quella scena ha detto di essere corsa a confessarsi e a pregare il Signore che quel diavolo di cane nero non se la portasse via con il suo piscio, proprio adesso, sul più bello, che il suo unico nipote ha avuto un figlio!
E a Dio, questo favore, glielo ha chiesto ben convinta, dato che da sempre è donna di fede lei! Lei è pura!
Comunque la vista, vera o presunta, del cane nero, l’ha così sconvolta che, col gran caldo, per errore si è bevuta il bicchiere di candeggina pronta da versare sulla soglia della porta e sui gradini e intorno. E già, perché, Marietta, per quanto donna di fede, pensa che un po’ di scaramanzia non sia poi peccato e non ci sta male. Pensa che l’odore acre della candeggina tolga a qualsiasi animale il desiderio di pisciare lì.

C’è una sua pienezza nell’accettazione, e no, non è un subire, si è detta Orietta ad un certo punto della sua vita. E in quel punto il mondo si è girato e lei ha cominciato a pensare che nell’offrire non si perde niente e non ha provato più schifo per quella gente che la pagava e la faceva sentire come una fogna. Per quella gente ha provato pena e forse anche tenerezza. Ha pensato che si portassero appresso un dolore forte e allora si è venduta a tutti loro con dolcezza, e a volte si è pure offerta senza pretendere denaro. E forse è per questo che Anselmo l’ha amata.

E questa volta pare che Marietta avesse ragione e che il cane nero sia proprio di Orietta.
Venerdì, verso il tramonto, c’è, infatti, stato un intervento della polizia che, con gli spazzini e gli accalappiacani, con l’aiuto dei pompieri e la presenza dei carabinieri, ha forzato il cancello del giardino di Orietta. Da almeno un’ora, infatti, abbaiava, sporgendosi da una finestra, un cane nero con la lingua rossa. Quando tutto quel plotone di persone, alla fine, è entrato, lo hanno visto sdraiato, il cane nero, sul letto accanto a lei, a Orietta, con gli occhi dolci, a guardarla e la lingua a penzoloni. E’ stato un attimo, il tempo dell’ultimo respiro e poi, quando anche il Sindaco è entrato in quella stanza, richiamato d’urgenza, è scomparso. Il cane nero è scomparso, sì, proprio così. Eppure erano tutti lì, e lui, il cane nero, è scomparso, pare quasi portandosi appresso l’anima di Orietta, come ha confermato anche il dottore, perché lei è morta proprio in quel momento, in pace nel suo letto. E’ morta alla sua ora, ha detto il dottore, senza sofferenza, vegliata dal cane nero e da quasi tutta la città. Sindaco compreso.

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10 thoughts on “La storia del cane nero

  1. Ciao diquestitempi, di chi è quel dipinto?
    leggendo la storia del cane nero mi è tornato in mente Balak, il cane del romanzo di Shmuel Yosef Agnon, ‘Appena ieri’ una figura particolare di cane pensante

    • bello scoprire che dipingi! se ne hai in foto postane ancora, sono ovviamente curiosa. quei segni neri sugli occhi li conosco benissimo. osso. ossimoro. ho un cane pure io. tremo all’idea di dire ‘avevo’ ma ci stiamo avviando… vabbè

      • maccheccazzo ho scritto…ossimoro…palindromo…fortuna che rileggo ogni tanto. sorry

      • beh, io ho scritto una “a” con “acca” dove non andava… adesso ho corretto, ma per quanto io rilegga non riesco a vedere gli errori.
        A scuola i dettati era il mio tormento.

  2. Tenerissimo e concreto, mi è piaciuto molto! Se fosse vivo, mi sa che Achille Campanile scriverebbe più o meno così, oggi, su due dei suoi temi preferiti: cani e morti.

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