Saluti dalla tensione

riflesso tondo

Cara amica,
cercare
approssimare, forzare
tendere
spingersi oltre
tentando di
raggiungere
allontanando invece.
Un abbraccio.

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Bolle

Era Ferragosto. Ne era certo. Per via del silenzio…
Aveva vissuto ormai ottantatre di quegli stessi silenzi, nessuno uguale all’altro nell’infinito essere diverso di ogni istante della vita, ma il suo orecchio allenato sapeva distinguerli tutti.

C’era il grande silenzio del Natale, il più facile da riconoscere, un po’ per il freddo, ma di più per il gran chiasso che lo anticipava. Un rumore che partiva da lontano, con le prime note in ottobre. Poi il bolero natalizio andava riempiendosi come una frana in corsa, il cui frastuono cessava alle 12,30 del giorno di Natale.
Il silenzio di Pasqua cominciava col rumore della pioggia e delle ali di rondine. E poi degli abiti che frusciavano leggeri addosso alla gente, non più smorzati da pesanti cappotti.
Ad anticipare la Pasqua c’era anche il borbottare sommesso nelle chiese, ovattato dai paramenti viola, che si trasformava in un trionfo di campane. Era ancora udibile una volta cessato.
Il silenzio del primo giorno dell’anno partiva dai botti e dall’odore di bottiglie di vino rimaste aperte e dagli avanzi di cibo. Poi restava il sonno.
Quello del Due Giugno si riconosceva dalla marzialità dei preparativi, mentre il silenzio del Quattro Novembre si annunciava con forbici che recidevano fiori e passi sui vialetti di ghiaia dei cimiteri.
A riempire l’aria, il 25 Aprile, era il vuoto rimasto a valige pronte per le partenze e del Primo Maggio restava la musica finita.

Ogni festa lasciava il suo silenzio assordante lungo i corridoi disertati della casa di riposo.

Dai letti delle stanze vicine gli arrivava il respiro degli ospiti e le parole che nessuno riusciva più a sentire. Come le sue, bolle d’aria che entrando nella boccia di vetro si allineavano perle d’argento sul confine del vuoto, spingendo verso l’ago e nella vena, in silenzio, una goccia di vita ancòra.

Pulviscolo

-Esci?-
Ti sei alzato. Da molto il sonno ti fa poca compagnia, ma la notte che finisce non lascia più un’inquietudine densa. L’angoscia sbiadisce nel tempo.
-Dove vai?- Quarantacinque anni a condividere lo stesso letto le danno il diritto di chiedere.
-Sulla collina.-
-Anche oggi?-
-Sto bene.- Senti la pena che trafila dalle parole e col braccio circondi le sue spalle mentre ti accompagna alla porta, non ti può trattenere, lo sa.
Non sei più suo, pensi, né più tuo. E non sai come dire che la vita di sempre riflette un’onda che ti allontana di più. Cerchi il tuo posto. E non è qui.
Segui la strada fino al sentiero che sale tra spinose acacie dorate, poi tra castagni. Più su, sui prati stesi a mezzogiorno, abbandoni il rimorso di star bene da solo.
Cammini.
Un piede avanti all’altro scandisci lo spazio. Il tempo non lo vuoi misurare.
Ascolti la fatica. Sul terreno scosceso che segue il profilo della collina e nell’ampio orizzonte ti ritrovi. Frequenza del respiro nella media. Battito regolare. Buona l’andatura.
Ti sei educato in una vita. Hai preteso e ottenuto. Muscoli, nervi, tendini pronti. Una squadra efficiente e affiatata. Poi la tua mano sinistra ha smesso di rispettare gli ordini.
Senza pensare passi l’altra tra i capelli, corti e morbidi ricrescono. Una fitta peluria candida ha nascosto l’incisione che, come una ruga, segna il tempo. In quel punto si è fermato, poi è ripartito. Diverso.
L’alba sta diventando giorno, il sole cancella la foschia d’inizio autunno e ridisegna le forme. È l’ora del tuo appuntamento.
Lei non è mai dove ti aspetti. Come l’arcobaleno appare in un punto irraggiungibile. Come l’arcobaleno sembra fatta di minuscole gocce di luce. Cammina portando al braccio un cestino di funghi o di uva, ti guarda, sorride e scompare mentre la luce del sole matura.
Ti siedi.
Nello zaino porti acqua, pane e formaggio. Altro non serve. Guardi indulgente la sinistra che aiuta come può. La tua vita è dipesa da lei, ti ha sorretto sospeso nel vuoto, con lei hai raggiunto cime. Non è una sua colpa. Un tumore al cervello non è una colpa.
Hai pensato a una beffa per la tua vita misurata. Hai pensato che non era grave morire. Hai pensato a non essere un peso.
Invece ti hanno aperto la testa.
A questo non avevi pensato. Hanno avuto accesso al luogo più tuo.
Dopo, tu non più tu, il tuo corpo per mano, hai ripreso il cammino.
Più in là un asino si è fatto vicino al recinto, aspetta. Ogni giorno porti del pane per lui, o una mela. Mangiate in silenzio. Soddisfatti.
Nei giorni scorsi hai seguito le tracce di lei. Sei salito su, fino alle case di sassi. Hai camminato tra le erbe arruffate e secche che circondano la vecchia torre dove un fico ha intrecciato le radici.
Prima che la ruga violasse la tua testa, estratto un taccuino, avresti portato con te, in un disegno, la poesia dell’albero. Fissando un momento di gioia cedevi all’illusione di possederla per sempre. Usando segni e macchie di colore come parole, provavi a spiegarti una storia di indefinibile grandezza. L’irraggiungibile punto dove la luce bianca si frammenta in infiniti colori.
Hai rincorso la bellezza fin dove hai potuto.
Ora ti succede che il disegno non serve, è l’albero che ti passa attraverso. Si concede in particelle minute, un pulviscolo di atomi si stacca e sciama in te riempiendoti. Senti ogni sua parte, la sua vita come la tua. La tua piena di lui. Così piena da spaventare. Così piena da non starci nemmeno e temi ti frantumi se ti lasci andare. Così opponi resistenza, prendi confidenza a piccole dosi. Respiri.
Adesso che porti stampata la data poco sopra la fronte, la vita ti manca, ma non vuoi cedere all’affanno. Sul sentiero la fatica è una medicina, mantiene il futuro lontano e lascia scivolare il passato al suo destino. Non raccogli momenti. Li accarezzi e li lasci andare, come un cacciatore che non vuol più sparare.
Hai girato tra le case, sfiorato con la mano le pietre ruvide, osservato tra i riflessi dei vetri, spiato in orti e giardini senza incontrare il sorriso che cerchi.
Seduto all’ombra di una pergola d’uva ingiallita, hai chiesto del vino e di lei.
-È la figlia di Tome. Sale ogni giorno alla malga- dicono e ognuno aggiunge dettagli -È matta. Come suo padre.-
Tome, vedovo, ha sposato la montagna. Ha due vacche, qualche capra, galline e un capriolo che scende da lui in inverno a mangiar fieno. La figlia è rimasta sola nella casa in paese. Vive del formaggio, dei cesti, degli oggetti che il padre fa e che lei vende ai turisti.
Nessuno la vuole. Troppo bella, dicono, e troppo matta per fare da moglie. Per le vecchie è una strega, balla da sola, la notte. Non ricordano il nome. Per tutti è la figlia di Tome.
Hai deciso.
Oggi salirai alla malga. Mille metri più su. Sei pronto. Oggi lo farai dici, mentre ti osservi riflesso negli occhi sapienti dell’asino, gli occhi scuri della pazienza che ti guardano con la benevolenza di chi tutto sopporta e perdona. Prendi la via che taglia a grandi zeta il pendio. Passi oltre le case di sassi e la torre del fico. Su per lo stretto sentiero, tra pascoli ripidi e le nuvole basse, lontano dal mondo ti senti vicino.
Con passo regolare arrivi al punto dove lei è scomparsa.
E la trovi seduta tra l’erba.
Lei ha una bellezza che sazia. Il ristoro dopo tanta stanchezza.
Ti lascia un lieve stordimento la grazia, la tenerezza, la forza della sua giovinezza. Lei ha quello che per te è trascorso, l’hai scambiato con l’esperienza e non sai se ne è valso il gioco. O forse sì, se solo guardarla basta a completare quello che a te manca, quello che il tempo si è preso. È il mistero. Il punto di partenza e di arrivo.
-Ti aspettavo.-
-Sapevi che sarei salito?-
-No, ma ti ho aspettato ogni giorno.-
La guardi sorpreso.
No, non è matta, dice, lo credono tutti.
-Salivo per il formaggio.- Non trovi altre parole.
-Andiamo, allora!- Si alza ridendo, raccoglie il cestino e ti apre la strada.
-Ti vedevo apparire e scomparire ogni volta… Dicono che sei una strega.-
Ti guarda.
I suoi occhi sono un sentiero, una porta.
-Perché mi aspettavi?-
Non cogli la risposta. Ma non è importante, la seguiresti comunque.
Segui il rumore dei passi come una canzone che ti suona dentro.
La segui e non opponi resistenza mentre una nuvola bassa vi avvolge in una nebbia di pioggia fine. La segui e senti la bellezza che ti riempie. Colmo ti percepisci riflesso e disperso nelle minuscole gocce, mentre il sole fora lo spessore scuro delle nuvole e indora qualcosa di te, e la valle. Tu come un pulviscolo hai perso contorno. Senti che sfumi nell’aria e nelle cose intorno. Invadi spazio e tempo.
Sei a casa, adesso.
Giù tua moglie si affaccia alla porta e guarda, nel cielo, un grande arcobaleno.