Parole orizzontali

terenzin

Terezin, il lager dei bambini, è diventato una testimonianza perpendicolare, una stalagmite in bronzo che ammonisce.
Guardo la forma dello stillicidio. Una goccia per bambino. Un pilastro di lacrime.
<… li hanno uccisi perché diversi… quindicimila… sterminati…>
Una piazza di parole.
<… e per loro un segno che si stagli a memoria…>
Un monumento eretto, un solido pensiero a quindicimila bambini morti.

Morti per la diversità.
<… non dimentichiamo… ricordiamo… >
Ma nel ricordo ricordiamo che erano diversi.

Penso a monumenti orizzontali. A parole che ricordino: lo sai, siamo tutti uguali.

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Una storia sbagliata

bar in Prevence

Mi chiedo cosa sia la morte: un corpo che muore? Nel mio lavoro è così, un morto è un morto, non respira, il suo cuore non batte più e in base ai fatti io giudico un colpevole.
E’ semplice per un poliziotto: un morto, un movente, un colpevole.
Quando lo hanno trovato era irrimediabilmente morto, vicino alla sua auto appartata nell’angolo buio della piazza. Forse un coltello da cucina. Nessuna impronta, niente di niente.
Chi uccide un rappresentante con un coltello da cucina?
Una casa da lupo solitario, tanti libri, niente donne.
-Una persona gentile, disponibile, un caro ragazzo!- Le anziane vicine piangono.
Per tutti era così, parenti, amici, colleghi.
-Grande lavoratore, pignolo, irascibile, o forse permaloso, pronto a buttare all’aria tutto per ricominciare da capo. Anche la sua vita.-
-Non frequentava molta gente, poco tempo.-
-E a donne come stava?-
-Sfigato!-
-Non aveva qualche storia?-
-Qualche volta, ma era da tanto…-
Anche in casa niente.
Lei era l’ultima chiamata ricevuta sul cellulare del morto. Il marito era preoccupato, non l’aveva ancora vista quella sera e non conosceva l’uomo ucciso.
L’abbiamo ritrovata a notte fonda in mezzo al bosco. Il coltello ancora in mano. Faceva pena.
-Cosa è successo?-
-Volevo farla finita… Non era possibile… Ma lui… Lui… Lui non capiva… Non voleva.-
-Con calma, dall’inizio-
-Dall’inizio?-
Non piange, si illumina un poco e gli occhi opachi diventano profondi. E’ una bella donna adesso.
-Sì, dall’inizio, quando l’ha conosciuto?-
Mi scruta. Sembra chiedersi se vale la pena, se capirò.
-Coraggio…-
-Al bar.-
-Al bar?-
Sorride sarcastica.
-Sì, mi guardavo intorno cercando qualcuno che avesse come me un verme che rodeva dentro e lui era lì e mi fissava. Ma non sono una che circuisce gli uomini nei bar e lui non mi piaceva nemmeno. Può credermi oppure no, fa niente.-
-E poi?-
-Poi non so, è continuato così per mesi, forse.-
-Non vi siete parlati…-
-No, solo molto tempo dopo-
-Quanto tempo fa è successo?-
-L’ho incontrato tre anni fa.-
Io continuo a non capire.
-Cosa le rodeva dentro?-
Sospira infastidita dalla mia ottusità.
-Lei è felice, soddisfatto della sua vita oppure qualche cosa le rode dentro? Qualcosa che non sa, ma che c’è. Per me era così, senza pace, da sempre.-
Mi osserva, ancora non è convinta che possa capire, ma continua a parlare.
-Non mi piaceva, di certo non era il principe della fiaba e l’ho scrutato a lungo per riconoscerlo. All’inizio ero infastidita dal suo sguardo, poi lusingata dal desiderio che incrociavo nei suoi occhi. Mi ha svegliato- e aggiunge cinica: -come Biancaneve dal sonno avvelenato.-
-Così senza nemmeno parlare con lui?-
-Prima ancora di parlare con lui sapevo già tutto. Tutto quello che il  viso, i capelli, le mani, i vestiti, le scarpe, potevano raccontarmi. Anche la solitudine e la sofferenza.-
-Ha detto “riconoscerlo”, quindi vi conoscevate?-
-Non lo avevo mai visto prima.-
-E quindi…- Non mi lascia finire.
-E quindi ho cominciato a pensare che se ci eravamo incontrati dovevamo avere qualche cosa da offrirci. E così mi sono lasciata vivere senza sapere che…-
-Senza sapere cosa?-
Entra Corradi, hanno terminato con il marito.
-Tu rimani qui, forse la signora desidera un caffè, un te?-
Mi fissa con lo sguardo nuovamente opaco e forse non guarda neppure me.
-Tu comunque resta qui!-

L’uomo è inebetito. Da quel che leggo lui non sapeva niente e nelle condizioni in cui è non direbbe di più.
-Riaccompagnatelo a casa.-
-E mia moglie?- Spera ancora che sia tutto un errore, che non sia successo nulla.
-Per il momento sua moglie rimane.-
E io devo stendere un rapporto. Bevo il caffè che la signora non ha toccato.
-Dunque, lei conosce un uomo in un bar, praticamente non ci parla assieme e dopo tre anni lo uccide?-
Mi guarda con tutto l’odio di cui è capace.
-Suo marito era al corrente…-
-Che l’ho tradito? No.-
-Le cose non funzionavano tra voi?-
-Voglio molto bene a mio marito.-
-Dunque?-
-Lei è convinto che possediamo una certa quantità di amore da offrire e che sia sufficiente solo per una persona?-
Già, tanto amore da uccidere un uomo e l’altro non è detto che sopravviva, ma le risparmio il mio commento.
-Le fa male la ferita?-
Lei si stringe il braccio fasciato e scuote la testa.
-Come si è fatta quel taglio?-
-Ha cercato di fermarmi, di togliermi il coltello. Lo stavo piantando nella mia gola.-
Gelida alza la testa e mi fa vedere un segno rosso sul collo.
-Ma non voleva uccidere lui?-
-Sì! No! Sì, all’inizio avrei voluto ucciderlo…-

Sono stanco. Stiamo qui a spararci addosso, io le mie domande, lei le sue risposte, ma non difende niente, combatte per istinto. Non ha niente da difendere.
-Corradi! Io esco, siediti qui e non dormire!-
Fuori comincia ad albeggiare. Mi lavo il viso e l’acqua fresca scivola lungo il collo. Il caffè caldo del distributore e una sigaretta. Seduto sulla panca in corridoio lascio che le gambe si distendano.
Mi hanno passato il tabulato del cellulare e del telefono di casa del rappresentante, ma negli ultimi tre mesi lei non ha mai chiamato. Un’unica telefonata: ieri. Lui nemmeno quella.
Cosa c’è da capire?
Leggo il rapporto sulla vittima che non aggiunge molto a quello che già so. Un mutuo sulla vecchia casa appena abitabile, il leasing sull’auto, libri e forse lei l’unica donna in tre anni. Celibe, morto a trentanove anni.
Non ha avuto un gran che dalla vita. A parte lei, forse. Ma lei cos’ha trovato in questo uomo? Non le piaceva nemmeno. Per mesi si osservano soltanto, ad un certo punto, ovviamente, si frequentano, poi il silenzio e alla fine lei lo uccide.
Le questure sono piene di storie come questa e anche lei lo sa. Potrei etichettare il mio rapporto: delitto passionale.

Nell’ufficio lei è seduta opaca come sempre. E’ viva solo quando risponde a cannonate con l’indifferenza di chi sa che non sarà capito e non gli importa.
-Perché voleva uccidersi?-
-Non avevo scelta.-
-Le dispiace cercare di spiegarsi meglio?-
Le parole mi escono con una inaspettata dolcezza e anche Corradi, ormai mezzo addormentato, mi guarda sorpreso.
-Ho voluto vivere.-
Comincia così a raccontare.
-Non ho chiesto niente, e lui non ha mai offerto di più, ma avevo già molto. Lui, accorgendosi di me, mi aveva fatto esistere. E questo era molto. Ero io a voler offrire, io che stavo imparando ad amare la vita più che mai. Scoprivo cos’era l’amore, quello che non chiede, quello che esiste e basta. Senza voler cambiare l’altro, senza volerlo possedere.
Non sapevo tutto questo prima, prima d’incontrarlo. E questo volevo offrire. Mi sentivo un’opportunità per lui, un riscatto contro la vita che non lo riconosceva.
Pensavo potesse capire, in fondo eravamo così simili! Anche se non avrei mai potuto condividere la mia vita con lui, questo amore poteva esistere. Esisteva già al di sopra di tutto, di qualsiasi morale. Non negava altre scelte, altre possibilità. Non sarei mai stata gelosa della sua vita, della sua libertà di scegliere un’altra donna. Semmai sarei stata felice delle sue vittorie.
Questo sì avrei voluto: che vincesse.
Poi é cominciata l’agonia dei silenzi, delle risposte che non ho mai avuto. Un nuovo veleno uccideva Biancaneve. Lui, che accorgendosi di me mi aveva fatto esistere, mi lasciava adesso in un silenzio profondo, doloroso, vuoto, proiettato all’infinito. Col suo silenzio mi cancellava. A questo non ero preparata.
Pensavo che quell’amore potesse sopportare tutto. La mia testa invece no. Lei ha iniziato ha cercare le risposte, ma qual’era quella giusta? Un sì od un no avrebbero posto un argine, un confine, un limite concreto dentro il quale sarebbe stato più facile muoversi. Senza riferimenti non si esiste, tutto è ipotetico. E la mente gira a vuoto. Impazzisce.
Ieri l’ho chiamato. Nessuna risposta. Sapevo dove trovarlo. In qualche modo doveva finire quel tormento, quel non vivere più.
Quando l’ho visto ho capito: io che avrei voluto essere la sua rivincita, lo avevo umiliato.
-Ho bei ricordi di te- mi ha detto -ma la storia era sbagliata.-
Ho tentato di usare il coltello su di me, ma lui me l’ha impedito. Con la mia mano tra le sue ha girato il coltello. Mi ha guardato come per chiedermi il permesso e lo ha piantato su di sé.-
Corradi è del tutto sveglio adesso, si agita imbarazzato accanto a me, ma è lei che io fisso, per dar tempo ai suoi occhi di indagare nei miei.
-Una storia sbagliata.-
-Già.- replica lei -Era solo amore.-
Un morto, un movente, un colpevole, questi sono i fatti. A chi importa se il cuore che ha cessato di battere è solo un punto fermo ad una vita già morta da tempo.
Lei, comunque, sa che io ho capito.

Clear

telefono

Fu un caso.
Una particolare congiuntura volle che tutti i pianeti del sistema si allineassero, creando un vortice di attrazione potenziato dall’energia di un’esplosione solare e questa sorta di fuso gigante, ruotando, filò un raggio di neutrini così denso da sembrare un filo di ragno teso dallo spazio profondo fino al suo cellulare.
È certo che lui non se ne accorse, non subito almeno. E anche quando capì, il modo non gli fu chiaro.
Ma che ci fosse una spiegazione scientifica era ininfluente. Ai fini pratici capire perché piove o nevica, lascia il tempo che trova, non modifica né la natura e nemmeno l’importanza dell’evento. È il risultato che conta.
E qui il risultato era inopinabile.
Il processo era semplice: lui inquadrava attraverso la fotocamera del cellulare, metteva a fuoco un oggetto o un dettaglio, nel senso che era esattamente quella la cosa, il punto che a lui interessava, a cui stava pensando nell’attimo in cui scattava la foto, e… Solo quello rimaneva impresso in pixel.
Già questo era un fatto anomalo, cioè che un dettaglio fosse estratto dal suo contesto. Nella foto l’ambiente era inesistente, l’oggetto risultava scontornato e galleggiava nel vuoto.
Il sorprendente della cosa non finiva qui, anzi.
A lasciare esterrefatti era che se lui annullava l’immagine ottenuta, la foto, anche l’originale, l’oggetto presente fisicamente nella realtà,  andava perduto.
Sì, p e r d u t o. Cancellato. Smaterializzato. Non esisteva più.
Usava il termine “perduto” perché gli dava la speranza che il paesaggio che aveva sbadatamente appena cancellato, venisse trasferito in qualche altro luogo, magari in un grande ufficio planetario per gli oggetti smarriti, dove si poteva cercarlo.
Aveva appurato, che non vi era modo di annullare “l’annulla” precedente e ripristinare lo stato di fatto prima all’azione. Non esisteva un back up del disco. Per lo meno lui non ne era al corrente. Magari, a guardar bene, poteva esistere in un’altra dimensione. Per cui era salito in sella all’idea dell’ufficio planetario. Per alleggerire la coscienza.
Chiaro gli era risultato subito il valore della funzione. Pensava a tutti gli skyline che avrebbe ripulito da brutture architettoniche, spiagge liberate dalla presenza di ecomostri, immondizia in roghi e non, discariche abusive e parzialmente legali, inceneritori, petroliere incagliate e navi affondate piene di veleni.
-Si cancellano gli errori- Aveva pensato, nel momento in cui si era trovato tra le mani una gomma di tali proporzioni.
-I grandi orrori!-

C’era tanto lavoro da fare e lui si sentiva investito di un onore che rasentava il mito, come un cavaliere della tavola rotonda. Avrebbe combattuto contro il male.
Era sufficiente caricare il cellulare e partire lancia in resta.
Così si andava dicendo mentre percorreva a grandi passi il soggiorno di casa
Ma da dove cominciare? Si dovevano stabilire priorità e metodi? L’incombenza era grande e non gli pareva adeguato affidarsi al caso, meglio stilare una lista.
Andò davanti al computer e prese posizione, ma il foglio che gli si aprì davanti, col suo vuoto candore, gli mise soggezione. Forse bisognava, prima della lista, determinare una scaletta! Ecco, sì, così si doveva procedere, l’idea poteva essere quella di stabilire un centro e poi cominciare muovendosi a spirale.
Poteva partire proprio dal suo paese, metterlo al centro del lavoro. Era anche un modo per praticare, fare esperienza di quell’abilità. Era importante stabilire con correttezza cosa andava cancellato senza commettere errori, dato che non aveva scoperto un modo per porvi rimedio, ciò che veniva cancellato non poteva essere ripristinato.
Bene, adesso bastava prendere in esame le brutture del paese.
Chiuse gli occhi e si immaginò mentre usciva di casa. Osservò con attenzione, nella sua mente, quello che gli si parò di fronte mentre pensava a quale direzione prendere, oraria o il senso contrario? Pensò che data l’operazione anomala che si apprestava a fare, il senso anti-orario era più consono, più trasgressivo.
–Ma- si disse –non si tratta di trasgressione, non è un’azione contro corrente, semmai un ripristinare una situazione originaria, la Bellezza!-
E continuando col suo ragionamento:
-L’andare in senso anti-orario non è un andare contro, ma si può intendere come un riavvolgere il tempo e quindi il tornare ad un momento precedente. E questo mi pare molto adatto per definire l’incombenza che mi appresto ad eseguire: tornare ad un tempo in cui la bruttura non c’era!-
E questa era fatta. Si sentiva soddisfatto del concetto espresso per definire la scelta della direzione. Trovava che, nella sua missione, fosse importante, prima di ogni cosa, la correttezza. Non si trattava di una questione di piacere o divertimento e nemmeno di gusto personale…
E qui si fermò perplesso, se per correttezza non doveva farne una questione di gusto suo, in che modo stabilire cosa cancellare?
Perdio, certe brutture erano fin troppo evidenti! Già, ma non bastava dire “brutto” bisognava definire il concetto e poi applicarlo, di volta in volta, all’oggetto in causa. Stabilire una regola. Ad esempio definire in modo chiaro dei punti, magari dall’uno al dieci e stabilire che era cancellabile ciò che superava il cinque.
Gli parve subito un bel modo, equo, corretto, anche se poneva dei limiti. Di certo a suo gusto avrebbe eliminato molte più brutture, non amava le mezze misure e attuando questo procedimento si sarebbe creata una zona intermedia di cose discretamente brutte che, solo per non aver superato il cinque, si guadagnavano il diritto di esistere. Ma la missione gli imponeva di andare oltre al suo gusto, sarebbe stato brutto imporre un unico punto di vista.
Quindi doveva chiarire il concetto di “brutto”, stabilire le linee guida del progetto.
Constatò che non era poi semplice definire l’idea del brutto. Certo ne aveva esperienza, ma fino a quel momento si era limitato a una considerazione istintiva. Adesso si trattava di renderla razionale. Di prendere consapevolezza. Da sempre l’uomo si era interessato al contrario del brutto, alla definizione di “bellezza”, sul tema non mancavano testi e autorevoli considerazioni.
Decise di partire prendendo in esame le definizioni classiche. Avrebbe cercato quanto detto dai filosofi fin dall’antica Grecia.
Apparve chiaro che il problema, al contrario di quanto si aspettasse, era di vaste proporzioni: ogni filosofo aveva esposto una sua idea e via così, per secoli, fino ai tempi recenti. Chilometri di parole scritte… Una bella camminata!
Ci sarebbe voluto del tempo e non volle entrare nel dettaglio di quanto ne sarebbe servito, quella conoscenza era imprescindibile, necessaria per portare a buon fine il suo compito, si disse.
Si applicò per mesi all’arte di afferrare il senso di “bellezza”, la quale con la stessa applicazione gli sfuggiva. La bellezza non se ne stava imprigionata in canoni, i canoni avevano il vizio di mutare nel tempo, nello spazio e nel pensiero. La bellezza era instabile.
E non bastava riconoscere equilibri e armonie delle parti… Si trattava di percepire un insieme di qualità, di sensazioni piacevoli, di emozioni rigorosamente spontanee, verità, onestà, correttezza… La bellezza era complessa. Come l’umanità.

Era passato molto tempo e ancora non era arrivato al punto della questione.
Camminava verso casa ragionando: tutte quelle idee non lo aiutavano un gran che. Complicavano di molto la faccenda. Alla missione servivano regole concrete. Bianco o nero. La gamma infinita di sfumature era fuorviante. E non era possibile dare luogo a una commissione per decidere, lo aveva escluso, le variabili si sarebbero elevate alla potenza di ogni testa pensante.
Senza contare il rischio che del procedimento, rendendolo noto, se ne impadronisse qualche male intenzionato.
La domanda doveva essere: brutto? E la risposta limitarsi a sì o no.
Perché non poteva essere così semplice?
Era ben conscio di non avere la verità in mano, anzi, in mano non aveva un bel niente, tranne quell’oggetto dall’inaudita potenza e la certezza che, con l’uso appropriato, avrebbe giovato all’umanità.
Più lo osservava e più gli erano chiare le applicazioni possibili: poteva far scomparire la povertà, la sofferenza… E che dire della guerra? Certo c’erano dei rischi connessi, un margine di errore, persone o animali coinvolti. Cancellare un brutto edificio scolastico rendeva orfani gli studenti e cancellare la povertà non implicava anche il cancellare i poveri? E la sofferenza? Qui si trattava di un concetto, e non di un oggetto, per quanto povertà e sofferenza fossero ben concreti per i coinvolti.
Ma agendo sulle cause, si limitavano i rischi!
Vedeva steso davanti a sé un grande progetto: un mondo indiscutibilmente migliore.
Vedeva bellezza, salute. Amore.
Inquadrare, scattare e annullare l’immagine riprodotta.
Gli era chiaro adesso, che per ridurre certi danni causati dell’uomo, poteva essere interessante intervenire sull’uomo stesso.
Certo! Perché non eliminare i cattivi d’animo dalla terra?
Si fermò abbagliato dalla luce dall’idea.
Vedeva la sua immagine riflessa da uno specchio in una vetrina. Lui e il suo cellulare e un alone di luce intorno dovuta al sole.
Provò un brivido, l’immagine era potente.
Inquadrò e scattò la foto. La richiamò sul display:
– Via, via da me!- gridò e schiacciò il tasto “annulla”.
Il cellulare svanì dalle sue mani, che subito lui scosse e sfregò tra loro, e si spazzolò le braccia e gli abiti come a voler togliere un residuo di polvere.
O di orrore.