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Fu un caso.
Una particolare congiuntura volle che tutti i pianeti del sistema si allineassero, creando un vortice di attrazione potenziato dall’energia di un’esplosione solare e questa sorta di fuso gigante, ruotando, filò un raggio di neutrini così denso da sembrare un filo di ragno teso dallo spazio profondo fino al suo cellulare.
È certo che lui non se ne accorse, non subito almeno. E anche quando capì, il modo non gli fu chiaro.
Ma che ci fosse una spiegazione scientifica era ininfluente. Ai fini pratici capire perché piove o nevica, lascia il tempo che trova, non modifica né la natura e nemmeno l’importanza dell’evento. È il risultato che conta.
E qui il risultato era inopinabile.
Il processo era semplice: lui inquadrava attraverso la fotocamera del cellulare, metteva a fuoco un oggetto o un dettaglio, nel senso che era esattamente quella la cosa, il punto che a lui interessava, a cui stava pensando nell’attimo in cui scattava la foto, e… Solo quello rimaneva impresso in pixel.
Già questo era un fatto anomalo, cioè che un dettaglio fosse estratto dal suo contesto. Nella foto l’ambiente era inesistente, l’oggetto risultava scontornato e galleggiava nel vuoto.
Il sorprendente della cosa non finiva qui, anzi.
A lasciare esterrefatti era che se lui annullava l’immagine ottenuta, la foto, anche l’originale, l’oggetto presente fisicamente nella realtà,  andava perduto.
Sì, p e r d u t o. Cancellato. Smaterializzato. Non esisteva più.
Usava il termine “perduto” perché gli dava la speranza che il paesaggio che aveva sbadatamente appena cancellato, venisse trasferito in qualche altro luogo, magari in un grande ufficio planetario per gli oggetti smarriti, dove si poteva cercarlo.
Aveva appurato, che non vi era modo di annullare “l’annulla” precedente e ripristinare lo stato di fatto prima all’azione. Non esisteva un back up del disco. Per lo meno lui non ne era al corrente. Magari, a guardar bene, poteva esistere in un’altra dimensione. Per cui era salito in sella all’idea dell’ufficio planetario. Per alleggerire la coscienza.
Chiaro gli era risultato subito il valore della funzione. Pensava a tutti gli skyline che avrebbe ripulito da brutture architettoniche, spiagge liberate dalla presenza di ecomostri, immondizia in roghi e non, discariche abusive e parzialmente legali, inceneritori, petroliere incagliate e navi affondate piene di veleni.
-Si cancellano gli errori- Aveva pensato, nel momento in cui si era trovato tra le mani una gomma di tali proporzioni.
-I grandi orrori!-

C’era tanto lavoro da fare e lui si sentiva investito di un onore che rasentava il mito, come un cavaliere della tavola rotonda. Avrebbe combattuto contro il male.
Era sufficiente caricare il cellulare e partire lancia in resta.
Così si andava dicendo mentre percorreva a grandi passi il soggiorno di casa
Ma da dove cominciare? Si dovevano stabilire priorità e metodi? L’incombenza era grande e non gli pareva adeguato affidarsi al caso, meglio stilare una lista.
Andò davanti al computer e prese posizione, ma il foglio che gli si aprì davanti, col suo vuoto candore, gli mise soggezione. Forse bisognava, prima della lista, determinare una scaletta! Ecco, sì, così si doveva procedere, l’idea poteva essere quella di stabilire un centro e poi cominciare muovendosi a spirale.
Poteva partire proprio dal suo paese, metterlo al centro del lavoro. Era anche un modo per praticare, fare esperienza di quell’abilità. Era importante stabilire con correttezza cosa andava cancellato senza commettere errori, dato che non aveva scoperto un modo per porvi rimedio, ciò che veniva cancellato non poteva essere ripristinato.
Bene, adesso bastava prendere in esame le brutture del paese.
Chiuse gli occhi e si immaginò mentre usciva di casa. Osservò con attenzione, nella sua mente, quello che gli si parò di fronte mentre pensava a quale direzione prendere, oraria o il senso contrario? Pensò che data l’operazione anomala che si apprestava a fare, il senso anti-orario era più consono, più trasgressivo.
–Ma- si disse –non si tratta di trasgressione, non è un’azione contro corrente, semmai un ripristinare una situazione originaria, la Bellezza!-
E continuando col suo ragionamento:
-L’andare in senso anti-orario non è un andare contro, ma si può intendere come un riavvolgere il tempo e quindi il tornare ad un momento precedente. E questo mi pare molto adatto per definire l’incombenza che mi appresto ad eseguire: tornare ad un tempo in cui la bruttura non c’era!-
E questa era fatta. Si sentiva soddisfatto del concetto espresso per definire la scelta della direzione. Trovava che, nella sua missione, fosse importante, prima di ogni cosa, la correttezza. Non si trattava di una questione di piacere o divertimento e nemmeno di gusto personale…
E qui si fermò perplesso, se per correttezza non doveva farne una questione di gusto suo, in che modo stabilire cosa cancellare?
Perdio, certe brutture erano fin troppo evidenti! Già, ma non bastava dire “brutto” bisognava definire il concetto e poi applicarlo, di volta in volta, all’oggetto in causa. Stabilire una regola. Ad esempio definire in modo chiaro dei punti, magari dall’uno al dieci e stabilire che era cancellabile ciò che superava il cinque.
Gli parve subito un bel modo, equo, corretto, anche se poneva dei limiti. Di certo a suo gusto avrebbe eliminato molte più brutture, non amava le mezze misure e attuando questo procedimento si sarebbe creata una zona intermedia di cose discretamente brutte che, solo per non aver superato il cinque, si guadagnavano il diritto di esistere. Ma la missione gli imponeva di andare oltre al suo gusto, sarebbe stato brutto imporre un unico punto di vista.
Quindi doveva chiarire il concetto di “brutto”, stabilire le linee guida del progetto.
Constatò che non era poi semplice definire l’idea del brutto. Certo ne aveva esperienza, ma fino a quel momento si era limitato a una considerazione istintiva. Adesso si trattava di renderla razionale. Di prendere consapevolezza. Da sempre l’uomo si era interessato al contrario del brutto, alla definizione di “bellezza”, sul tema non mancavano testi e autorevoli considerazioni.
Decise di partire prendendo in esame le definizioni classiche. Avrebbe cercato quanto detto dai filosofi fin dall’antica Grecia.
Apparve chiaro che il problema, al contrario di quanto si aspettasse, era di vaste proporzioni: ogni filosofo aveva esposto una sua idea e via così, per secoli, fino ai tempi recenti. Chilometri di parole scritte… Una bella camminata!
Ci sarebbe voluto del tempo e non volle entrare nel dettaglio di quanto ne sarebbe servito, quella conoscenza era imprescindibile, necessaria per portare a buon fine il suo compito, si disse.
Si applicò per mesi all’arte di afferrare il senso di “bellezza”, la quale con la stessa applicazione gli sfuggiva. La bellezza non se ne stava imprigionata in canoni, i canoni avevano il vizio di mutare nel tempo, nello spazio e nel pensiero. La bellezza era instabile.
E non bastava riconoscere equilibri e armonie delle parti… Si trattava di percepire un insieme di qualità, di sensazioni piacevoli, di emozioni rigorosamente spontanee, verità, onestà, correttezza… La bellezza era complessa. Come l’umanità.

Era passato molto tempo e ancora non era arrivato al punto della questione.
Camminava verso casa ragionando: tutte quelle idee non lo aiutavano un gran che. Complicavano di molto la faccenda. Alla missione servivano regole concrete. Bianco o nero. La gamma infinita di sfumature era fuorviante. E non era possibile dare luogo a una commissione per decidere, lo aveva escluso, le variabili si sarebbero elevate alla potenza di ogni testa pensante.
Senza contare il rischio che del procedimento, rendendolo noto, se ne impadronisse qualche male intenzionato.
La domanda doveva essere: brutto? E la risposta limitarsi a sì o no.
Perché non poteva essere così semplice?
Era ben conscio di non avere la verità in mano, anzi, in mano non aveva un bel niente, tranne quell’oggetto dall’inaudita potenza e la certezza che, con l’uso appropriato, avrebbe giovato all’umanità.
Più lo osservava e più gli erano chiare le applicazioni possibili: poteva far scomparire la povertà, la sofferenza… E che dire della guerra? Certo c’erano dei rischi connessi, un margine di errore, persone o animali coinvolti. Cancellare un brutto edificio scolastico rendeva orfani gli studenti e cancellare la povertà non implicava anche il cancellare i poveri? E la sofferenza? Qui si trattava di un concetto, e non di un oggetto, per quanto povertà e sofferenza fossero ben concreti per i coinvolti.
Ma agendo sulle cause, si limitavano i rischi!
Vedeva steso davanti a sé un grande progetto: un mondo indiscutibilmente migliore.
Vedeva bellezza, salute. Amore.
Inquadrare, scattare e annullare l’immagine riprodotta.
Gli era chiaro adesso, che per ridurre certi danni causati dell’uomo, poteva essere interessante intervenire sull’uomo stesso.
Certo! Perché non eliminare i cattivi d’animo dalla terra?
Si fermò abbagliato dalla luce dall’idea.
Vedeva la sua immagine riflessa da uno specchio in una vetrina. Lui e il suo cellulare e un alone di luce intorno dovuta al sole.
Provò un brivido, l’immagine era potente.
Inquadrò e scattò la foto. La richiamò sul display:
– Via, via da me!- gridò e schiacciò il tasto “annulla”.
Il cellulare svanì dalle sue mani, che subito lui scosse e sfregò tra loro, e si spazzolò le braccia e gli abiti come a voler togliere un residuo di polvere.
O di orrore.

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