Asfalto caldo

come te
non drena niente di me
l’asfalto ricotto e sporco
eppure

ogni estate mi porta lontano

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Parole orizzontali

terenzin

Terezin, il lager dei bambini, è diventato una testimonianza perpendicolare, una stalagmite in bronzo che ammonisce.
Guardo la forma dello stillicidio. Una goccia per bambino. Un pilastro di lacrime.
<… li hanno uccisi perché diversi… quindicimila… sterminati…>
Una piazza di parole.
<… e per loro un segno che si stagli a memoria…>
Un monumento eretto, un solido pensiero a quindicimila bambini morti.

Morti per la diversità.
<… non dimentichiamo… ricordiamo… >
Ma nel ricordo ricordiamo che erano diversi.

Penso a monumenti orizzontali. A parole che ricordino: lo sai, siamo tutti uguali.

Deviato speciale

Tu parti, vai per la tua strada e arrivi ad un punto, ad una interruzione di quel tracciato e per continuare ti trovi deviato su un altrove che non avevi considerato prima. Semplice! Non è che si tratti di un’alternativa, è una costrizione bella e buona verso un diverso contorto che non è detto finisca col riportarti sul tuo percorso, ma può succedere che la deviazione passi attraverso luoghi interessanti e magari, poi pensi, anche più della diritta via.

L’intervallo

La gente doveva conoscere per istinto il modo. Gli altri gli parevano sempre adeguati: la parola, il gesto, l’abito, la cravatta… Ad alcuni riusciva anche di avere la moglie, i figli, il cane, tutti allineati in prossimità del traguardo di quella perfezione, definita sì, ma… senza definizione alcuna. Nessuna regola scritta a cui ci si potesse riferire.
Era questa la difficoltà.
Alla fine era arrivato a pensare che, l’essere conforme, dovesse dipendere dalle primissime boccate d’aria o dal latte che si fosse poppato. Erano certamente di una qualità maggiore, perché a lui non era andata così.
A lui non era rimasto che adeguarsi. Aveva ascoltato, osservato, spiato addirittura, per trovare quel confine.
Gli sarebbe piaciuto di starci dentro anche solo di un passo: appartenere al gruppo.

Da dietro la tenda lo guardava, il gruppo, muoversi a suo agio.
Lui non aveva assimilato la maniera, non usava la stessa spigliatezza. Si sentiva incerto, inadatto. Diverso.
Che ci fosse dunque un modo più corretto di essere?
L’ottimo ideale da perseguire, l’esatta personalità?

Un campanello annunciò la fine dell’intervallo e il pubblico invertì il flusso sciamando dentro ai palchi e alla platea.
L’uomo lasciò andare il lembo di sipario tenuto un po’ discosto. Si avviò al suo camerino, aveva due minuti per aggiustare il trucco e ritornare in scena.
Lui, che ad ogni stagione vestiva un ruolo diverso, era riluttate a pensare che qualcuno fosse meno giusto.

SMS

Sola, languisce sulla spiaggia, ma ha voglia di lui e allora scrive anche se sa che non avrà risposta e lei comunque non resiste: quello che è deve essere espresso, perché trabocca e poi non trova giusto trattenere… non dire… deve sapere…
“StesaAlSoleSuQuestaSabbiaCaldaIlventoCheMiAccarezzaIlPrufumoDelmareQuelloCheManca
E’IltoccoDelleTueManiSullaMiaPelleNudaEStancaDiAspettare”
Già, lui non risponde. Allora insiste e non sa, ora, se è per rabbia, sconforto, provocazione, o solo un impulso a dire quello che sente… O un annullarsi nell’umiliare lei, sé stessa, nel mendicare…
“VorreiDartiPiacerePerchèIlMioPiacereStaNelTuoInQuelloCheVuoiDaMeEDiMe”
E insiste ancora:
“PossoFareLamorePerTerraInPiediSuUnaSediaSottoLaDocciaSulleScaleDentroUnaMacchina…
AspettoSoltantoCheTuMiDicaDoveEQuando”
All’improvviso qualcosa trilla: nuovo messaggio ricevuto!
Non è possibile, sarà un’amica, non è lui, si dice per ridurre, se mai si può, la delusione che di certo le cadrebbe addosso se il messaggio non fosse quello atteso e guarda la letterina che lampeggia, ma ha intanto il cuore stretto. Vuol darsi un tono e pigia lentamente i tasti controllando a stento la fretta e legge:
-Vodafone: Addebito SMS…_-