Pulviscolo

di questi tempi

-Esci?-
Ti sei alzato. Da molto il sonno ti fa poca compagnia, ma la notte che finisce non lascia più un’inquietudine densa. L’angoscia sbiadisce nel tempo.
-Dove vai?- Quarantacinque anni a condividere lo stesso letto le danno il diritto di chiedere.
-Sulla collina.-
-Anche oggi?-
-Sto bene.- Senti la pena che trafila dalle parole e col braccio circondi le sue spalle mentre ti accompagna alla porta, non ti può trattenere, lo sa.
Non sei più suo, pensi, né più tuo. E non sai come dire che la vita di sempre riflette un’onda che ti allontana di più. Cerchi il tuo posto. E non è qui.
Segui la strada fino al sentiero che sale tra spinose acacie dorate, poi tra castagni. Più su, sui prati stesi a mezzogiorno, abbandoni il rimorso di star bene da solo.
Cammini.
Un piede avanti all’altro scandisci lo spazio. Il tempo non lo vuoi misurare.
Ascolti…

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Il ballo della medusa

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Non so a cosa devo il mio legame con l’acqua, una nostalgia che da sempre mi accompagna.
Qui, mentre lei racconta le sue storie agli scogli, un tocco leggero mi accarezza l’anima.
Le parole non prendono forma, restano mute, fuse in un groviglio.Dentro, un NO perentorio stenta a lasciarsi sedurre, a sciogliersi, a scomparire. Protegge qualcosa in cui crede, resiste. Una patina di sano cinismo trasformata in robusta vernice di disillusione. Così credevo, eppure guardando tra le scrostature che il tempo lento evidenzia, sento un tepore che non si è mai spento.
Il NO insiste: non farti incantare dalle richieste dell’anima. Tra poco il tempo lento sarà finito. La vita vera lascerà il posto all’illusione.

Ah, se lo dice lei…

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-Non serve che si guardi allo specchio, le stanno bene, glielo dico io. Mi dica se la misura è giusta!-

-È giusta la misura?- penso.

Forse è piena. Provo ancora ad avvicinarmi allo specchio, ma no… Non serve, me lo dice lei che mi stanno bene!

-Le tiene addosso?-

-No-.

-D’accordo. Le serve altro? Una maglia, una camicia…-

Sorride. Anche prima sorrideva, più sbrigativa, però.

-No, grazie-.

-Per oggi ci accontentiamo di questo- ammicca con una spolverata di sarcasmo.

Sparisce oltre la colonna, verso la cassa. Ha fretta di sottrarsi a questa dissonanza, mi ha pesato e i conti non le tornano. Non rientro nei suoi standard. Non può essere sgarbata, ma non le riesce di essere gentile.

Mi rimetto le scarpe. Le mie.

Avrei dovuto dire che se non aveva tempo, non si disturbasse, poteva tenersi le sue scarpe.

Pago, non le dà fastidio prendersi i soldi, forse perchè lo faccio in modo nobile, con una carta. Non in contanti come la plebe.

Sorride e mi dice una cifra scontata. Qualche euro in meno